Parole di Runners

Ce l’abbiamo fatta….Io e Ili sul sentiero degli Abati!

Il racconto di Simone, FINISHER THE ABBOTS WAY 2017:
Grazie di cuore ai componenti della Carvico Skyrunning che mi hanno supportato e aiutato per raggiungere questo traguardo!

Ho due gambe, una testa. Ho un cuore.
Dovevo provare. Era la naturale evoluzione delle cose. Un trail sopra i 100 km.
L’Abbots way mi ha chiamato, un anno fa, sulla via Francigena; un trail che ripercorre un Cammino era qualcosa di più di un’occasione.
Era la cosa giusta da fare.
Pontremoli è invasa da felpe colorate e scarpe da trail. Sono, nella maggior parte dei casi, atleti abituali di queste distanze e fra i ponti sul fiume e nelle piazzette è un’esplosione di abbracci e di pacche sulle spalle. Chi è alla quarta Abbots, chi alla settima.
Mi sento una matricola in prima superiore, e chi mi circonda mi fa notare che ho il viso teso.
In effetti non sono tranquillissimo, e il dubbio di aver fatto il passo più lungo della gamba mi pizzica il sedere.
Ore 4.30. Mi sveglio per primo ed esco dalla camerata del castello dove alloggiano. La mattina è fredda e guardo giù, Pontremoli. Scaccio dalla mente il pensiero che fra 24 ore starò ancora correndo.
Ore 7, il via.
L’uscita da Pontremoli mi sembra troppo allegra, e il ritmo sostenuto mi accompagna fino alla prima salita.
Che passa tranquilla: 900 metri di dislivello in 20 km, dolci, baciati dal sole che fa spogliare man mano gli atleti.
Mi sento bene, e corro parecchio. Qualche dolorino, ma questo è il gioco.
Non trovo un gruppo con il mio ritmo e ben presto arriva quella solitudine che adoro: corro, nessuno all’orizzonte e dietro di me.
Alle 11 sono a Borgotaro, km 33. Sto andando forse troppo veloce, ma l’idea è di prendere vantaggio prima del tramonto, per poter poi camminare nella notte.
La salita successiva non scherza, ma arrivo al 50esimo abbastanza sereno. Nei ristori mangio di tutto e scherzo con i volontari, gentilissimi.
Voglio arrivare a Bardi(km 65), il ristoro più importante dove l’organizzazione ci farà trovare i nostri zainetti con un cambio. Uscendo da una valle vedo il castello di Bardi là in fondo, maestoso.
Ci metteremo ancora un’ora ad entrare, attraverso una salita spezza gambe. Sono con due ragazzi che stanno facendo la staffetta(65+65), ma scaccio l’idea di essere veramente stanco, come lo ero un mese fa al termine della Ultrabericus. Questa volta non ci si ferma. Questa volta si va oltre i miei limiti, è stabilito.
Sulla via principale del paese vedo Ili e mio fratello. È tutto uno sbracciarsi e salutarsi: che sollievo vederli! Mi sento già meglio!
Nel locale adibito al cambio e al riferimento alimentare mi spoglio e valuto i danni: al di là di piedi bianchi e raggrinziti a causa dei molti torrenti attraversati, tutto sommato non sto male.
Ili è premurosissima e si fa in quattro, tra borse, pomate da spalmare e decisioni da prendere insieme su cosa indossare e portare per la notte. Sono le 17 e fa già freddo. Mangio minestrone seduto e mi rilasso. Ho tanti dubbi, ma Ilenia ha sempre le parole giuste, ed averla lì, che soffre con me, è un aiuto fondamentale.
Via.
Su, verso il monte Lama, che si nasconde e non si palesa mai completamente. Per arrivare alla croce (700 m di dislivello), tra qualche atleta in difficoltà, ci metto due ore e mezza.
Giù, verso Bruzzi.
Mi sento incredibilmente bene e mi rendo conto che sto esplorando un terreno sconosciuto del mio corpo. Ho la sensazione che si sia arreso e che abbia rinunciato a mandarmi segnali di allarme tramite dolori. Si è reso conto che questa volta andrò oltre, e che non mi fermerò. Può solo collaborare, per abbreviare l’agonia. Verso le 21 metto la frontale ed arrivo al ristoro di Brizzi(km 80). Con enorme sorpresa c’è Ilenia! Non era previsto! Nell’attesa ha dato una mano ai volontari che, naturalmente, la adorano.
Caffè, panettone, tanti abbracci con Ili e via, nell oscurità, con buone sensazioni. I successivi 15 km per passare Groppallo ed arrivare a Farini, sono “mangia&bevi”, piccole salite che si alternano a discese.
La frontale non va bene, per niente. Si spegne di continuo e sembra un problema di pile. Ma sono nuove! A Groppallo mi fermo alla luce di un ristorante e metto le pile di ricambio.
Non mi piace questa situazione: sono le 21.30 ed ho già utilizzato le pile di scorta. Ho davanti tutta la notte, restare senza luce significativa ritirarsi, anche al 120esimo km.
Una famiglia con un bel jack russel passa me ed altri in discesa. Li avevo visti qualche ora prima in direzione opposta. Chi guida il gruppo(famiglia ed atleti), è il figlio. Avrà dodici anni o giù di lì, ma va fortissimo! Fatico a stare al loro passo, come il jack russel! Attraversiamo piccoli borghi montanari addormentati.
A Farini la famiglia si ferma: hanno la macchina lì. Ci provo: avete forse una pila per la frontale? Gentilissimi, me ne danno due. Non so come ringraziarli e parto, ma mi accorgo che sono le stilo,
non le mini! Mi affiancano in macchina e mi danno due mini. Sono sollevato e commosso dalla gentilezza.
A Farini(km 95) il ristoro è al chiuso: minestrone e pasta. Comunico un po’ con il telefono e riparto. C’è la Sella dei Generali da affrontare, ultima vera salita(800 metri di dislivello). Il proposito di tagliare il traguardo dei 100 km per mezzanotte non lo rispetto per un quarto d’ora.
La salita è durissima, e salgo ciondolando. Ho dolori ovunque, soprattutto ai piedi e mi sembra di avere allucinazioni.
Sono da solo da ore, ma sento continuamente dietro di me qualcuno.
Devo prestare attenzione ai segnali: non ho più voglia di sbagliare strada(è successo quattro volte, e i km extra accumulati mi hanno innervosito parecchio).
Sento animali intorno a me, e mi sembra di sentire un grugnito di cinghiale. Ovviamente non c’è nulla, ma scaccio i miei fantasmi con i bastoncini. Alzo lo sguardo e vedo le stelle. Quindi è questa, penso, la notte sui trail, alla quale ho pensato moltissime volte.
Quasi in cima alla Sella mangio in piedi un po’ di minestrone. Sono le 2 e mancano meno di 20 km.
Vedo la luce in fondo al tunnel. Forse posso arrivare a Bobbio per le 5. Sarebbe un risultato pazzesco.
Ancora un po’ su e poi la lunga, nervosa discesa a Coli. Mi rendo conto di avere grossi problemi ai piedi ed appoggiarli sui sassi fa malissimo. Mi passano in parecchi, ma a questo punto non importa: basta arrivare, anche sui gomiti.
Bramo l’asfalto perché riesco a correrci. Insomma, non si tratta di una vera e propria corsa: è un barcollare in discesa.
Ma, incredibilmente, corro! Al km 110 corro!
Da Cali mancano 7 km a Bobbio, ma dobbiamo affrontare l’ultima, inaspettata, salita. Non ci voleva: salgo lentissimo, cercando le ultimissime gocce di benzina del mio corpo. Avanzo fra i lamenti di altri concorrenti.
In cima al colle si vede Bobbio: mancano 5 km. Tra discese spacca ginocchia e dolori al limite dell’insopportabile ai piedi ci metterò più di un’ora.
Quando attraverso il ponte di Bobbio, tante volte visto sui video fagocitati nei mesi precedenti, mi rendo conto di avercela fatta. Sono le 6 e piango.
Due signori se ne accorgono e mi salutano affettuosamente.
Mi ripeto che non ci posso credere, giro l’angolo e mi immetto sulla via del traguardo. Data l’ora è praticamente deserto, ma mi sembra di riconoscere…Ilenia!!
Lei e Giordy(tempo e piazzamento pazzeschi!) mi stanno aspettando.
Abbracci, baci, commozione.
Ili ha passato una notte difficilissima per seguirmi, e per essere a Bobbio così presto.
E, in generale, si è fatta in quattro per darmi tutto il supporto che un atleta può desiderare. È stanca, ma non si risparmia per gestire un uomo distrutto e lamentoso. Ho i piedi messi male, e quando li vedo capisco i dolori allucinanti.
Si torna a casa. Non riesco a credere di non dover più evitare sassi e radici e, se chiudo gli occhi, sto ancora correndo.
È finita. 125 km. Sono arrivato in un territorio del quale non conoscevo neppure l’esistenza. Un terreno per me estremo, ma che mi affascina.
Ce l’ho fatta. Ce l’abbiamo fatta. Io e Ili. Siamo forti noi due.
Simone

 

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COMMIABBOTS

Sono in treno con il mitico Gianni. Il locomotore sbuffa un poco perché la strada sale… stiamo andando a Pontremoli sede di partenza dell’ Abbots Way. Ho delle aspettative per questa gara e non potrebbe essere altrimenti: non ci si può sempre accontentare di finirla come ho fatto dalla mia prima partecipazione. L’obiettivo cronometrico è stare sotto le 20 ore. L’anno scorso non mi è riuscito per 20 minuti, quest’anno ci voglio provare. Ho iniziato la preparazione in inverno e sono conscio di avere ottime possibilità.

Gianni lo nasconde ma so del suo ottimo stato di forma. Ha un bellissimo tempo sul giro da Pontremoli a Bobbio, abbondantemente sotto le venti ore. Sono un poco invidioso.

Il treno ferma.  andiamo verso il ritiro del pettorale e vediamo la nostra coinquilina Cristina. Si riforma così il trio risultato vincente al Bianco dello scorso anno: 3 piacentini arrivati su tre. Al briefing ci dicono dell’assenza del fango e mi rincuoro. Saluto le persone che conosco e mi accorgo di moltissime facce nuove: linfa vitale per uno sport in crescita esponenziale. Bene cosi.

Cena frugale poi tutti a nanna presto e dopo una notte ovviamente insonne eccoci alla partenza. La mia strategia è semplice ma di sicuro effetto: mangiare poco e spesso alfine di evitare l’annoso e ahimè drammatico problema legato al mio stomaco, il quale non sembra digerire molto bene le lunghe distanze. Ancora dolorosi infatti sono i ritiri alla dolomiti extreme e al cro degli anni passati. Spero di cancellarli in un solo colpo con una bella prestazione. Le premesse ci sono tutte.

Dopo pochi km dal via vengo raggiunto da Giulio e devo ammettere di trovarmi di fronte ad uno straordinario animale da endurance. Quest’anno affronterà il TOR per la seconda volta, in gennaio si è digerito la grande corsa bianca in versione integrale e Dio solo sa quanti altri trail.. in apparenza nulla può scalfirlo. Tenace come pochi. Parliamo amabilmente (posso finalmente ritornare al mio amato dialetto senza paura ) del nostro straordinario sport, si dimostra un interlocutore forbito e appassionato ma confessa di allenarsi un poco alla buona. Meno male penso io se no mi avrebbe subito staccato.. mi confessa di voler smettere presto con le lunghe distanze. Rimango allibito… se non ha una predisposizione naturale lui non saprei davvero chi possa averne.

Dopo una manciata di km veniamo raggiunti da Cristina. È veramente in grande forma. Così siamo un bel terzetto a volte mutabile in duetto… l’eclettico e talentuoso Giulio sparisce per poi materializzarsi più fresco che mai… un portento.

Arriviamo a Borgotato e sto una meraviglia. Già iniziamo a recuperare alcuni atleti e la mia tattica sembra funzionare. Ai ristori ci si ferma pochissimo. Ho una sensazione estremamente positiva.

Le ore corrono veloci e giungiamo al ristoro di Osacca notoriamente imbandito a mensa luculliana. Ha inizio il dramma. Non vedo niente di appetibile.. gli altri ingollano di tutto ma a me sembra non andare nulla. Do la colpa alle mini porzioni ravvicinate consumate fino ad ora e mi auto convinco di stare tranquillo anche perché fisicamente sto davvero bene. Ma nel mio inconscio appare minaccioso il demone della nausea e inappetenza.

In una piccola frazione alberga il cartello (già visto lo scorso anno ) “ dove inizia il vostro divertimento finisce la mia libertà “  allora , dico io, potevi pure andare ad abitare sul monte pirlone così almeno sentivi gli ululati dei lupi.. quelli veri. L’educazione è sempre un accessorio .

Ma è solo una distrazione perché il mio stomaco mostra già i muscoli e la riluttanza alle lunghe distanze. Non riesco più nemmeno ad ingoiare una zolletta di zucchero. Dopo nemmeno metà percorso sono già alla frutta.

Con non poca fatica arriviamo a Bardi, io steso e inappetente mentre Cristina con capogiri e stomaco sottosopra. In quanto a Giulio sembra nulla lo possa scalfire. Mangia con calma e ci aspetta Gli faccio capire (ma è lapalissiano..) di andare e non aspettarci ma lui decide per il contrario… insondabile. Per il resto il solito ospedale da campo: persone con la flebo attaccata ed altre già senza pettorale. Alla fine i ritiri saranno tantissimi rispetto allo standard della gara.

Ordino una minestra con il brodo, il vero toccasana. Nulla. non riesco a mangiarne nemmeno un cucchiaio. È la fine. Ho la testa tra le mani e mi viene da piangere per un mix di arrabbiatura e frustrazione. Mesi di preparazione, alimentazione variata ma il risultato non cambia. Vedo gente che da poco si è avvicinata alle ultra cambiarsi e mangiare normalmente mentre io sono alle prese con la mia solita crisi da principiante che in tutti questi anni non sono mai riuscito a superare. Mi fermo. Non posso proseguire cosi. Cristina è davanti a me e si fa portare un gelato da sua suocera. Decido di approfittare del suo buon cuore e ne chiedo uno per me. Solo ora mi rendo conto di non averlo pagato. Un vero signore.

Ma inaspettatamente riesco a mangiare il fresco ristoro. Controllo l’orologio e scopro con raccapriccio di essere fermo da quasi un’ora. Tutto è ormai sfumato.  Cristina sta proprio male e non ce la fa a ripartire. Sono solo perché Giulio potrebbe decidere di abbandonarmi in qualunque momento. Provo a farmi forza: prendo il cellulare e chiamo il mitico Gianni. Ho la flebile speranza di precederlo e quindi di ritrovarmelo tra poco a Bardi, ma svanisce come una bolla di sapone in quanto sta già attaccando il lama.

Ad un tratto la svolta. Entrano due amici, Matteo e Fabrizio. L’uno messo bene, Fabrizio au contraire ha i miei stessi sintomi ma mi sorprende subito per la sua tenacia. Infatti dice di essere tranquillo e di provare a mangiare. Sicuramente ripartirà. D’altronde aver finito l’UTMB sarà servito a qualcosa…

Sono indeciso sul dafarsi mentre meccanicamente vado verso lo zaino e prendo il necessario per la notte compresi guanti e passamontagna (che incautamente posiziono male e perderò durante il tragitto. Porc..). la mia testa ha deciso di provarci, quindi attendo Matteo e fabri e ci muoviamo verso il lama non prima di aver salutato Cristina. La sua avventura finisce a Bardi. Mi spiace per lei ma obiettivamente è veramente stremata.

Cosi si forma un quartetto con Giulio a fare da jolly ora davanti, attendendoci e cincischiando al cellulare, ora dietro.

Salita al lama abbastanza agevole per l’assenza quasi assoluta di fango, poi si scende verso Bruzzi, dove notoriamente oltre al sempre fornitissimo ristoro c’è un bar che può essere provvidenziale. Mentre scendo avverto fame e freddo quindi indosso la giacca come Matteo e fabri. Ovviamente Giulio è senza e non sente fatica ne tantomeno freddo. Stoico. A mio parere sarebbe potuto arrivare 3 ore prima ma lui non se ne è mai curato.

Arriviamo a Bruzzi e mi fiondo subito all’interno del bar. Mi siedo e mi dico chi me lo ha fatto fare di ripartire. Ho una fame pazzesca ma nausea. Bevo acqua e gazzosa .

Al mio tavolo siede un uomo enorme del peso stimato di 160 kg. Capisco chi è perché me ne ha parlato mio padre, originario di Groppallo: il proprietario del bar. Ha il mio stesso cognome anche se non siamo parenti. Scambiamo 2 chiacchiere e comprende il mio stato di grande prostrazione. Deve ingerire alcune medicine (ne ha un vassoio pieno..) e così ordina alla figlia una pizza. Quando arriva la osservo compiaciuto e mi ritorna l’appetito. Lui capisce e me ne offre 2 fette così la fame un poco cala e ripartiamo non prima che Matteo mi ricordi della frontale da accendere in quanto io sarei uscito senza. La lucidità è assai lontana.

Non so bene in quale frangente perdiamo Giulio. Non mi capacito dell’enorme pazienza che ha avuto nell’aspettarci fino ad ora. siamo un terzetto e basta.

Giungiamo a Farini. Il ristoro è ben fornito e per fortuna riesco ad ingollare un poco di minestra in brodo con formaggio abbondante. Matteo sembra in forma mentre fabri è più in crisi di me e riesce a mangiare a malapena. Magra consolazione..

La famigerata ed eterna salita della sella ci si presenta impietosa. Prima ci accoglie quasi distratta tra le sue dolci spire poi ci fa soffrire tra le pendenze più insidiose e impervie. Dopo 2 ore arriviamo al ristoro della protezione civile ma siamo all’esterno e con soli liquidi. In fretta ripartiamo, ad aspettarci il ristoro di coli. È un sogno… dopo anni di promesse mai mantenute vediamo 2 ragazzi nel centro del paese offrirci cibo e bevande. Finalmente!! Mangio anche per gli anni addietro nei quali ci hanno abbandonati al nostro destino. Ultima breve salita poi il budello finale. Durante la discesa della prima edizione da me affrontata, nel budello finale mi trovavo letteralmente senza gambe e sembrava non dovessi più vedere il ponte gobbo. Ricordo che ad ogni sasso, ad ogni scalino puntavo i bastoni e mi maledicevo. Questa volta scendo a cannone superando un bel pò di gente piantata. A Matteo dico che siamo arrivati talmente tardi da non trovare più nemmeno il gonfiabile all’arrivo… mi fulmina con lo sguardo e decido di non insistere.

Ponte gobbo e arrivo a braccia alzate. Appena oltrepasso la linea lancio a terra i bastoni con un gesto di stizza e chi vedo ad attendermi… il mitico Gianni con Sonia e Leo. Non ci posso credere. Mi hanno aspettato per ore… un gesto che mi lascia sgomento. Non vi ringrazierò mai abbastanza.  Il tempo di prendere la medaglia e siamo già in auto per il ritorno. È fatta.

Per me le gare lunghe finiscono qui. quando il divertimento va a farsi benedire ed è la sofferenza a farla da padrone sempre e comunque, è meglio smettere. Ogni tanto dobbiamo ascoltare il nostro corpo ed il mio ha innegabilmente dato il suo incontrovertibile verdetto.

Per quelli che si stanno avvicinando alle gare di endurance dico di non arrendersi alle prime difficoltà. Gli innegabili vantaggi soprattutto psicologici che si ottengono valgono bene un poco di fatica.

Posso dire senza retorica e falsa morale di essere una persona migliore da quando la strada si è allungata sotto i miei piedi. Nella distanza trovate la felicità.

Cesare

 

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Giovanni Molinari: un’Abbots dedicata ai Vigili del Fuoco

Giovanni Molinari è un Vigile del Fuoco Volontario del Comando Vigili del Fuoco di Parma, ed ha corso l’Abbots Way con il pettorale n. 160.

Ha percorso il tratto Pontremoli, Borgotaro, Bardi rimanendo nei tempi di percorrenza della gara, con l’ottimo tempo di 13h e 48min. Un risultato sorprendente visto che ha percorso la via, con uno zaino alpino di 12 kg.

Qui sotto il suo racconto:

Ho fatto tutto questo in quanto noi Vigili del Fuoco siamo chiamati a fare interventi di soccorso in zone impervie nel minor tempo possibile (VEDI TERREMOTO CENTRO ITALIA), utilizzando equipaggiamenti, attrezzature pesanti e ingombranti.
Ho colto l’occasione durante una gara come la Abbots di verificare quali erano le mie capacità di limite fisico e mentale durante uno sforzo prolungato di quasi 14 ore.
Ho scelto un ultratrail in quanto gara contro il tempo, quindi più stimolato e perchè, per ragioni di sicurezza avevo bisogno, essendo da solo, di un continuo monitoraggio da parte di qualcuno.
Ottima idea di controllare tutti i partecipanti alla gara con il sistema GPS  come viene fatto per i soccorritori.
La mia prestazione è come una vittoria in quanto rimasto nei ”cancelli”  dei tempi consentiti per questa competizione e volevo dedicarla a tutti i Vigili del fuoco Volontari D’Italia deceduti durante  interventi di soccorso e ha tutti i Vigili del fuoco Volontari  che lavorano nella precarietà del soccorso e che la maggior parte della gente non conosce.
Si ringrazia sentitamente tutto lo staff della gara e tutte le associazioni di volontariato e  singoli cittadini che si sono impegnati nella grande assistenza.
Sicuramente tornerò ha farla in staffetta anche nella parte notturna con qualche mio collega Vigile del fuoco, IL SOGNO E’ QUELLO DI FARLA TUTTA SINGOLARMENTE CON LO ZAINO DA INTERVENTO PER SOCCORSO.
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The Abbots Way: I dieci anni che hanno fatto la storia delle Ultratrail

Il racconto di Armando Rigolli sulla PRIMA EDIZIONE dell’Abbots Way

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Domenica 12 agosto 2007, sono alla Marcia di San Michele ed aspetto di parlare con gli amici della Pro Loco, sto cercando di convincerli ad organizzare qualcosa che unisca le nostre due marce, qualcosa tipo una ecomaratona che percorra tutta l’Alta val d’Arda, per esempio; è un progetto a cui penso da più di un anno ma di difficile attuazione. Immerso in questi pensieri conosco Elio Piccoli, lui avrebbe in mente qualcosa di più, una ultra!! Una ultra? Boh, la vedo difficile. Però mi ispira fiducia, mi racconta di un percorso storico, che qualcuno ha denominato “Via degli Abati” che collega Bobbio a Pontremoli quasi in linea retta, attraversando monti e fiumi, paesi e borghi per circa un centinaio di kilometri. L’idea è di farla in due tappe, con una sosta a Bardi, baricentro ideale del percorso. Elio descrive tutto come ipotesi, ma è chiaro che lui è già convinto di farla.

L’idea mi piace, sia per la parte organizzativa che per quella “atletica” (se avrò le gambe). Restiamo così, con un’idea da portare avanti, ognuno per quanto riuscirà a fare. I mesi corrono veloci, Elio continua nella sua opera di riscoperta del percorso con l’aiuto prezioso di Giovanni Magistretti, che si dedica a questo progetto da anni. Il percorso esiste già, ma non è tracciato e presenta delle varianti. Si può fare a livello escursionistico, ma se vogliamo portarci dei podisti dobbiamo essere sicuri di ogni singolo metro. In questa fase di approfondimento si valuta che saranno circa 105 km.

A fine anno si decide: nasce la “105 The Abbots Way”, si svolgerà il 3 e 4 maggio e sarà omologata Fiasp da parte dei Bipedi di Vigolzone, di cui Elio fa parte. Entra in scena anche Maria Bellini che curerà tutta la parte grafica, il volantino, il sito web nonché i contatti con tutti gli enti e le amministrazioni dei luoghi che verranno attraversati. A gennaio tutto diventa urgente, vorremmo provare il percorso a tratti, dobbiamo promuovere la partecipazione ma senza esagerare, visto che vorremmo limitarla a qualche decina per problemi organizzativi (pernottamenti, recupero vetture etc). Tutto corre via veloce, la presentazione all’expo maratona di Piacenza, la Serata Trail con gli specialisti del settore, la segnalazione del percorso (e adesso si valuta che saranno circa 110 km), le iscrizioni un po’ a singhiozzo…

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Venerdì 2 maggio, siamo a Pontremoli nello splendido castello del Piagnaro, messo gentilmente a disposizione dal comune per il briefing di benvenuto ai partecipanti e per il pernottamento. E’ solo il primo grande risultato, alla fine l’azione di Elio e Maria ha avuto successo ed alcuni comuni hanno riconosciuto il valore dell’iniziativa e la stanno sostenendo. Mentre ascolto la parole di don Lorenzo che racconta le origini e le ragioni di questo percorso alla tenue luce di un antico salone, ho la netta sensazione che davvero tra quelle mura abbiano mangiato e dormito persone che percorrevano quelle strade secoli fa, con meno mezzi ma forse con motivazioni più forti delle nostre. Don Lorenzo parla in modo semplice di storia, di geografia, di leggende, si potrebbe ascoltarlo per ore, ma domani abbiamo quasi 60 km da fare, così cominciamo a stemperare quest’atmosfera un po’ magica con i nostri pettorali, i ristori, i kilometri, le ultime indicazioni, cose vane. La notte scorre tranquilla, il fantasma del castello ci ha preso in simpatia, lui ai suoi tempi camminava a piedi e sa cosa ci aspetta domani. La giornata di sabato è splendida, ormai ci siamo tutti, ognuno sistema al meglio la propria attrezzatura, l’ultimo controllo, la foto di gruppo sull’ala del castello, le ultime raccomandazioni di Elio e … si parte. Attraversiamo il mercato di Pontremoli, la gente ci guarda un po’ stupita, qualche kilometro e siamo nel bosco. La prima salita è lunga ma non ripida, si formano alcuni gruppetti, io mi trovo con Emilio dell’Italpose e due ragazzi di Lodi, i Bipedi sono qualche centinaio di metri avanti. Scolliniamo e scendiamo brevemente a Cervara, dove ci attende un ricco ristoro, ma è presto per abbuffarsi. Assaggio dei crostini al miele favolosi e ripartiamo verso il Lago Verde. A febbraio qui avevamo trovato ancora la neve, adesso con il verde chiaro delle foglie appena sbocciate sembra una cartolina. Ma la corsa detta il suo ritmo, attraversiamo il torrente che scende dalla cascata di Farfarà e ci dirigiamo verso la Fontana Gilenta. Stiamo per lasciare la Toscana, un ultimo sguardo a questo angolo di Lunigiana e già scendiamo verso Borgo val di Taro.

passaggio al passo santa donna.jpg

C’è un ristoro volante non previsto ma gradito, però divide il gruppo, adesso sono sempre con Emilio e con Stefano di Bologna che ci ha raggiunto. Fino a Borgotaro è discesa, il passo è buono (forse troppo), resto solo con Emilio e raggiungiamo Alberto proprio al ristoro in paese. Qui l’accoglienza è quasi esagerata: cineprese, fotografie in sequenza; sono un po’ frastornato, bevo o mangio qualcosa di troppo e quando ripartiamo non mi sento più come prima, ma forse è anche perché corriamo da quasi 4 ore. La salita al passo Santa Donna è la parte più impegnativa della giornata, sono 10 km con 700 metri di dislivello, è l’una del pomeriggio e fa caldo. Il primo tratto è su asfalto, poi ci spostiamo su una strada di pietra molto particolare, una sorta di lastrone unico ci accompagna per qualche kilometro, camminiamo ancora di buon passo anche se la fatica si fa sentire. Finalmente il caldo diminuisce, siamo ancora sopra i mille metri. Scolliniamo attraversando enormi pozzanghere che sembrano laghetti che cerchiamo di costeggiare aggrappandoci a piante ed arbusti, e qui inizia la discesa verso Osacca. Sono stanco, ho lo stomaco chiuso; al ristoro cerco qualcosa di salato, trovo solo un pezzo di focaccia che però fa effetto. In discesa mi riprendo abbastanza, raggiungiamo Nicola che all’inizio ha seguito Lorenzo (che sarà il più veloce in entrambe le tappe e forse adesso paga lo sforzo. Arriviamo ad Osacca dove ci aspetta Enrica, c’è una bella fontana rinfrescante, siamo tutti abbastanza allegri perché tra poco vedremo Bardi e pensiamo che sia quasi finita. Ripartiamo un po’ al passo un po’ di corsa, vediamo il castello, che però poi scompare di nuovo; non è finita, è ancora lunga. Passiamo di fianco alla splendida Pieve di Gravago, scendiamo su un antico ciottolato fino al mulino di Brè, un altro angolo molto suggestivo e ci arrampichiamo su un sentiero ripido fino al paese. Mi rinfresco ad una fontana, potrei anche prendere dell’acqua ma penso che tra poco ci sarà il ristoro con Simona e vado avanti. Errore! Simona è quasi cinque kilometri avanti, cinque kilometri di saliscendi, più sali che scendi, che alla fine mi provano veramente. Siamo finalmente al ristoro, il castello adesso è li, di fronte a noi, ma per arrivarci bisogna ancora scendere e salire. Mi siedo su un grosso copertone di trattore abbandonato, Simona mi chiede preoccupata se me la sento di proseguire… Armando andiamo! E’ Emilio. OK andiamo. La discesa è ripida, sassosa, cerco di corricchiare, di tenere il passo, ma le gambe sono dure. Comunque arriviamo in fondo, la brezza del Ceno ci accarezza, è pomeriggio inoltrato, attraversiamo il ponte e adesso il castello è sopra di noi, minaccioso ma anche accogliente. Sul ponte arriva anche il gruppo dei Bipedi con Emilio, Pierangelo, Dany, attacchiamo la salita tutti assieme, ogni passo adesso è sofferto, però si sale. Cominciamo a vedere qualcuno sulla balconata, Maria, Enrica. Adesso ci siamo davvero, una campana rintocca le 5 e mezza, camminiamo da 9 ore e sono quasi 60 km. Mi abbandono letteralmente su una sedia, vorrei bere, mangiare, forse dormire; in realtà sto li, fermo. Bruno mi chiede come va, bene dico, ma lo dico più a me stesso, cercando di convincermi. Intanto arrivano altri amici, arriva Niky, prima delle ragazze, sembra che sia appena partita. Comincio a riprendermi, mangio qualcosa, adesso va meglio. Via , una doccia veloce che la cena ci aspetta…

castello di bardi - arrivo alla prima tappa.png

Domenica 4 maggio – Mi sveglio qualche minuto prima delle 6, non ho dormito tanto ma mi sento abbastanza riposato. Provo a stirare un po’ le gambe e la domanda è: e i 55km di oggi, chi li fa??

Facciamo colazione in questo piccolo agriturismo, prendo un po’ caffelatte che mai berrei prima di una gara normale, per tutte le controindicazioni digestive, ma oggi sento che sarà diverso. Arriviamo a Bardi verso le 7, sono gia tutti li a sistemare zaini, racchette e borracce, ci spostiamo sotto il maestoso castello che ieri pomeriggio è rimasto per ore quasi un miraggio.

partenza da bardi.jpg

Una foto di gruppo e si riparte. Oggi c’è anche Simpson Wayne, l’inglese che attraversa i deserti, che non ha potuto partecipare ieri e che è arrivato nottetempo. I primi passi sono un po’ stentati, devo fare una breve corsa per dare qualche indicazioni ai primi e già mi sento stanco. Comunque partiamo di buon passo sulla salita verso Bruzzi e Linguadà, siamo quasi una decina con i Bipedi, Luigi ed Emilio dell’Italpose. Dopo qualche km di leggera salita, il percorso spiana un po’ e possiamo cominciare a correre; arriviamo a Boccolo, scendiamo e risaliamo verso Linguadà. Il sentiero qui è un po’ nervoso ma gradevole, arriviamo a Bruzzi dove troviamo un mega ristoro, panini con coppa e salame, torta di patate, torte dolci. Normalmente passerei oltre, ma oggi sento che c’è da cambiare qualcosa, basta barrette ed integratori, oggi si va di pane e salame. Ripartiamo tutti assieme, un po’ si cammina, un po’ si corre, comincio a sentirmi bene. Fino a Groppallo il percorso è semplice, passiamo di fianco ad un isolato torrino medievale che purtroppo mostra i segni del tempo e presto troviamo Enrica ad un punto di ristoro che ci informa che i primi due hanno confuso un segnale e stanno allungando un po’ il percorso. Poco male, ci ripasseranno dopo una decina di km, intanto troviamo Ilaria ed il marito, in bici, che da qui ci accompagneranno fino al traguardo. Arriviamo a Groppallo e c’è una sorta di vista parenti: Bad e Luigi ci fanno entrare due negozi dove ci vengono offerti dolci e altri cibi vari, speriamo di non esagerare… Dopo Groppallo si scende velocemente verso Farini, la discesa è abbastanza ripida e sassosa, mi metto davanti per fare un’andatura buona un po’ per tutti, non bisogna esagerare perché dopo ci attende la salita all’Aserei. Comunque scendiamo bene, arriviamo a Canova e poco dopo siamo sul ponte del Nure a Farini, dove già vediamo il ristoro che vede addirittura il sindaco tra gli addetti. Siamo tutti euforici, però ricaricando borracce e zaini si fa strada la preoccupazione per la prossima salita. Emilio “bipede” sembra abbastanza stanco, ci ripromettiamo di salire con calma; qualche passo di corsa lungo il Nure e adesso tocca a me la visita parenti: a Croce Lobbia c’è Filippo che ci ha organizzato … un altro ristoro!! Un altro assaggio di torta di patate e adesso comincia la salita, quella vera. Il primo strappo ci porta a Guglieri, forse la stiamo prendendo troppo allegramente, ma subito ci telefona Luigi che con Emilio hanno sbagliato strada e sono ancora in basso. Noi continuiamo a salire più lentamente per aspettarli e passiamo Vigonzano; sento un po’ di bruciore sotto al piede destro, è una vescica che si sta formando, però riuscirò a gestirla fino alla fine. Dopo un po’ arriviamo al mulino del Morté dove tra i ruderi si intravede ancora la “macina” di pietra, ci fermiamo per una foto ed intanto arrivano Luigi ed Emilio. La salita è ancora dura, Emilio adesso è un po’ in difficoltà, forse paga lo sforzo fatto per recuperare. L’ultimo tratto prima dei Bolderoni mette a dura prova tutti, poi un kilometro in piano e finalmente siamo a Mareto. Un altro ristoro abbondante ci aspetta, ci voleva proprio; ci sediamo qualche minuto diamo fondo alla immancabile torta di patate e deliziose crostate, un po’ di coca cola e siamo pronti per ripartire. Emilio vorrebbe fermarsi ancora un po’ e ci dice di andare: non se ne parla nemmeno, ancora due minuti e andiamo, tutti!.

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Adesso la strada è una larga carrozzabile più ripida all’inizio che poi spiana verso la Sella dei Generali. Ci stiamo avvicinando al punto più alto di tutto il nostro giro, in un ambiente quasi lunare per immagini e vegetazione quale il versante ovest dell’Aserei raggiungiamo quota 1230 metri che coincide quasi alla perfezione con i 100 km percorsi dalla partenza a Pontremoli.

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Altra foto di rito ed altro ristoro, questo organizzato da Andrea, fratello di Elio. Qui ci sarebbe anche del vino, ma passo la mano. Adesso c’è una bella discesa dove mi lascio un po’ andare, giusto per vedere come vanno le gambe: non male; Emilio “Italpose” mi si avvicina e prendiamo un buon ritmo, che però forse1n0o0n° kvma bene per tutti. Ok, rallentiamo un po’ ed arriviamo al Castelliere di Faraneto; qui c’è una discesa che nella prova percorso non abbiamo fatto ed è proprio impegnativa (alla fine mi costerà un’unghia). Ci stiamo avvicinando a Coli, attraversiamo un torrentello che sembra scendere dal Monte Bianco tanto è vivace, ci rimette di buon umore, almeno fino alla successiva salita, breve ma .. avete presente cos’è una salita quando hai più di cento kilometri nelle gambe! Comunque usciamo da questo vallone tanto angusto quanto selvaggio, ancora il tempo per osservare il rudere di un’altra torre di guardia e siamo a Coli. Ebbene si, siamo a Coli, ancora sette/otto km di discesa e siamo arrivati. Anche qui c’è Simona (si vede che le sono toccati i due ristori prima degli arrivi), mi chiede ancora se ce la faccio ma si vede che scherza; compatibilmente con la strada fatta, sto bene. Facciamo piangere ancora un po’ i muscoli sulla ultima salita che ci porta fuori dal paese verso Bobbio, ma il sentiero che scende adesso è li che ci aspetta. Non è proprio finita, è una bella discesa, un po’ strada, un po’ sentiero, comunque non facile; bisogna stare attenti alle caviglie, le gambe sono stanche e la testa ormai vede solo l’arrivo. Cerchiamo ancora di correre, ma forse sono solo movimenti inconsulti; Emilio “bipede” che pensava di scendere tranquillamente, viene trascinato a valle dal gruppo perché ormai “si arriva tutti assieme, tassativo”. Passiamo di fianco ad una casa dove qualche giorno prima, segnando il percorso, ci eravamo intrattenuti con una signora; la vedo ma lei non mi riconosce, comunque ci incita con un “dai che siete arrivati”. E’ vero, siamo quasi arrivati, il sentiero finisce e siamo sulla strada che costeggia il Trebbia sul lato opposto al paese, cominciamo a vedere gente che passeggia, bambini che giocano: in effetti è domenica pomeriggio di un bel giorno di primavera, anche se a noi sembra di arrivare da un altro mondo. Ci siamo, ecco il ponte gobbo, fatto più di 2000 anni fa dai romani, su cui sicuramente sono passati qui pellegrini e viandanti che in questi due giorni abbiamo cercato di emulare; lo attraversiamo, qualche centinaio di metri ancora e siamo all’arrivo. Ecco Elio, Maria, Enrica, abbracci e pacche sulle spalle si sprecano, ce l’abbiamo fatta! I moderni strumenti ci dicono che da ieri mattina a Pontremoli fino a qui sono circa 115 km, altri strumenti hanno catturato le nostre espressioni fissandole in immagini e video che poi andremo a vedere e rivedere nei giorni a venire, ma quello che resta veramente sono due giorni di emozioni vissute e condivise, di fatica e sudore ma soprattutto di gioie e soddisfazioni. Diceva il volantino: una corsa nel tempo e nella natura; è vero, uno splendido viaggio nel tempo e fuori dal tempo, correre con gli altri per trovare qualche lato meno conosciuto di se stessi.

Bravo Elio, per fare qualcosa di grande bisogna prima sognarlo, e tu l’hai fatto.

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Il Deme ad un passo dalla Western States!

“L’Abbots significa per me ricordi meravigliosi, l’edizione 2015 corsa interamente in compagnia della mia amica Marta, con molti altri amici che partecipavano (chi all’individuale, chi alla staffetta) ed altri ancora che erano venuti sul percorso per farci il tifo. Tra i ricordi più belli, il calore con cui si viene accolti ai vari ristori (Bardi numero uno), una famiglia di cinghiali avvistata nel bosco nella zona di Osacca e la visione quasi mistica delle luci di Pontremoli, in fondo alla vallata, dopo più di 100km di corsa e la sensazione che ok, era stata dura, ma ormai ce l’avevamo fatta. Per me, originario della Val Nure, è la gara di casa e dal punto di vista tecnico mi piace molto perché è bella lunga e tosta ma senza i dislivelli alpini, coi quali non vado molto d’accordo. Inoltre, essendo qualificativa per la Western States, un sogno che cullo da alcuni anni, non potevo proprio lasciarmela scappare!”

Demetrio Castignola

E noi Lupi d’Appennino possiamo solo augurarti di raggiungere il tuo sogno in America…FORZA DEME!!!

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