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Correre in Libertà: il quotidiano di Piacenza

A cura dei giornalisti Marco Frontini ed Antonio Cavaciuti, che avete conosciuto nei giorni dell’Abbots.

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2017 The Abbots way: album fotografici

I momenti salienti della corsa:

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Il Giornale di Vicenza

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Ce l’abbiamo fatta….Io e Ili sul sentiero degli Abati!

Il racconto di Simone, FINISHER THE ABBOTS WAY 2017:
Grazie di cuore ai componenti della Carvico Skyrunning che mi hanno supportato e aiutato per raggiungere questo traguardo!

Ho due gambe, una testa. Ho un cuore.
Dovevo provare. Era la naturale evoluzione delle cose. Un trail sopra i 100 km.
L’Abbots way mi ha chiamato, un anno fa, sulla via Francigena; un trail che ripercorre un Cammino era qualcosa di più di un’occasione.
Era la cosa giusta da fare.
Pontremoli è invasa da felpe colorate e scarpe da trail. Sono, nella maggior parte dei casi, atleti abituali di queste distanze e fra i ponti sul fiume e nelle piazzette è un’esplosione di abbracci e di pacche sulle spalle. Chi è alla quarta Abbots, chi alla settima.
Mi sento una matricola in prima superiore, e chi mi circonda mi fa notare che ho il viso teso.
In effetti non sono tranquillissimo, e il dubbio di aver fatto il passo più lungo della gamba mi pizzica il sedere.
Ore 4.30. Mi sveglio per primo ed esco dalla camerata del castello dove alloggiano. La mattina è fredda e guardo giù, Pontremoli. Scaccio dalla mente il pensiero che fra 24 ore starò ancora correndo.
Ore 7, il via.
L’uscita da Pontremoli mi sembra troppo allegra, e il ritmo sostenuto mi accompagna fino alla prima salita.
Che passa tranquilla: 900 metri di dislivello in 20 km, dolci, baciati dal sole che fa spogliare man mano gli atleti.
Mi sento bene, e corro parecchio. Qualche dolorino, ma questo è il gioco.
Non trovo un gruppo con il mio ritmo e ben presto arriva quella solitudine che adoro: corro, nessuno all’orizzonte e dietro di me.
Alle 11 sono a Borgotaro, km 33. Sto andando forse troppo veloce, ma l’idea è di prendere vantaggio prima del tramonto, per poter poi camminare nella notte.
La salita successiva non scherza, ma arrivo al 50esimo abbastanza sereno. Nei ristori mangio di tutto e scherzo con i volontari, gentilissimi.
Voglio arrivare a Bardi(km 65), il ristoro più importante dove l’organizzazione ci farà trovare i nostri zainetti con un cambio. Uscendo da una valle vedo il castello di Bardi là in fondo, maestoso.
Ci metteremo ancora un’ora ad entrare, attraverso una salita spezza gambe. Sono con due ragazzi che stanno facendo la staffetta(65+65), ma scaccio l’idea di essere veramente stanco, come lo ero un mese fa al termine della Ultrabericus. Questa volta non ci si ferma. Questa volta si va oltre i miei limiti, è stabilito.
Sulla via principale del paese vedo Ili e mio fratello. È tutto uno sbracciarsi e salutarsi: che sollievo vederli! Mi sento già meglio!
Nel locale adibito al cambio e al riferimento alimentare mi spoglio e valuto i danni: al di là di piedi bianchi e raggrinziti a causa dei molti torrenti attraversati, tutto sommato non sto male.
Ili è premurosissima e si fa in quattro, tra borse, pomate da spalmare e decisioni da prendere insieme su cosa indossare e portare per la notte. Sono le 17 e fa già freddo. Mangio minestrone seduto e mi rilasso. Ho tanti dubbi, ma Ilenia ha sempre le parole giuste, ed averla lì, che soffre con me, è un aiuto fondamentale.
Via.
Su, verso il monte Lama, che si nasconde e non si palesa mai completamente. Per arrivare alla croce (700 m di dislivello), tra qualche atleta in difficoltà, ci metto due ore e mezza.
Giù, verso Bruzzi.
Mi sento incredibilmente bene e mi rendo conto che sto esplorando un terreno sconosciuto del mio corpo. Ho la sensazione che si sia arreso e che abbia rinunciato a mandarmi segnali di allarme tramite dolori. Si è reso conto che questa volta andrò oltre, e che non mi fermerò. Può solo collaborare, per abbreviare l’agonia. Verso le 21 metto la frontale ed arrivo al ristoro di Brizzi(km 80). Con enorme sorpresa c’è Ilenia! Non era previsto! Nell’attesa ha dato una mano ai volontari che, naturalmente, la adorano.
Caffè, panettone, tanti abbracci con Ili e via, nell oscurità, con buone sensazioni. I successivi 15 km per passare Groppallo ed arrivare a Farini, sono “mangia&bevi”, piccole salite che si alternano a discese.
La frontale non va bene, per niente. Si spegne di continuo e sembra un problema di pile. Ma sono nuove! A Groppallo mi fermo alla luce di un ristorante e metto le pile di ricambio.
Non mi piace questa situazione: sono le 21.30 ed ho già utilizzato le pile di scorta. Ho davanti tutta la notte, restare senza luce significativa ritirarsi, anche al 120esimo km.
Una famiglia con un bel jack russel passa me ed altri in discesa. Li avevo visti qualche ora prima in direzione opposta. Chi guida il gruppo(famiglia ed atleti), è il figlio. Avrà dodici anni o giù di lì, ma va fortissimo! Fatico a stare al loro passo, come il jack russel! Attraversiamo piccoli borghi montanari addormentati.
A Farini la famiglia si ferma: hanno la macchina lì. Ci provo: avete forse una pila per la frontale? Gentilissimi, me ne danno due. Non so come ringraziarli e parto, ma mi accorgo che sono le stilo,
non le mini! Mi affiancano in macchina e mi danno due mini. Sono sollevato e commosso dalla gentilezza.
A Farini(km 95) il ristoro è al chiuso: minestrone e pasta. Comunico un po’ con il telefono e riparto. C’è la Sella dei Generali da affrontare, ultima vera salita(800 metri di dislivello). Il proposito di tagliare il traguardo dei 100 km per mezzanotte non lo rispetto per un quarto d’ora.
La salita è durissima, e salgo ciondolando. Ho dolori ovunque, soprattutto ai piedi e mi sembra di avere allucinazioni.
Sono da solo da ore, ma sento continuamente dietro di me qualcuno.
Devo prestare attenzione ai segnali: non ho più voglia di sbagliare strada(è successo quattro volte, e i km extra accumulati mi hanno innervosito parecchio).
Sento animali intorno a me, e mi sembra di sentire un grugnito di cinghiale. Ovviamente non c’è nulla, ma scaccio i miei fantasmi con i bastoncini. Alzo lo sguardo e vedo le stelle. Quindi è questa, penso, la notte sui trail, alla quale ho pensato moltissime volte.
Quasi in cima alla Sella mangio in piedi un po’ di minestrone. Sono le 2 e mancano meno di 20 km.
Vedo la luce in fondo al tunnel. Forse posso arrivare a Bobbio per le 5. Sarebbe un risultato pazzesco.
Ancora un po’ su e poi la lunga, nervosa discesa a Coli. Mi rendo conto di avere grossi problemi ai piedi ed appoggiarli sui sassi fa malissimo. Mi passano in parecchi, ma a questo punto non importa: basta arrivare, anche sui gomiti.
Bramo l’asfalto perché riesco a correrci. Insomma, non si tratta di una vera e propria corsa: è un barcollare in discesa.
Ma, incredibilmente, corro! Al km 110 corro!
Da Cali mancano 7 km a Bobbio, ma dobbiamo affrontare l’ultima, inaspettata, salita. Non ci voleva: salgo lentissimo, cercando le ultimissime gocce di benzina del mio corpo. Avanzo fra i lamenti di altri concorrenti.
In cima al colle si vede Bobbio: mancano 5 km. Tra discese spacca ginocchia e dolori al limite dell’insopportabile ai piedi ci metterò più di un’ora.
Quando attraverso il ponte di Bobbio, tante volte visto sui video fagocitati nei mesi precedenti, mi rendo conto di avercela fatta. Sono le 6 e piango.
Due signori se ne accorgono e mi salutano affettuosamente.
Mi ripeto che non ci posso credere, giro l’angolo e mi immetto sulla via del traguardo. Data l’ora è praticamente deserto, ma mi sembra di riconoscere…Ilenia!!
Lei e Giordy(tempo e piazzamento pazzeschi!) mi stanno aspettando.
Abbracci, baci, commozione.
Ili ha passato una notte difficilissima per seguirmi, e per essere a Bobbio così presto.
E, in generale, si è fatta in quattro per darmi tutto il supporto che un atleta può desiderare. È stanca, ma non si risparmia per gestire un uomo distrutto e lamentoso. Ho i piedi messi male, e quando li vedo capisco i dolori allucinanti.
Si torna a casa. Non riesco a credere di non dover più evitare sassi e radici e, se chiudo gli occhi, sto ancora correndo.
È finita. 125 km. Sono arrivato in un territorio del quale non conoscevo neppure l’esistenza. Un terreno per me estremo, ma che mi affascina.
Ce l’ho fatta. Ce l’abbiamo fatta. Io e Ili. Siamo forti noi due.
Simone

 

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COMMIABBOTS

Sono in treno con il mitico Gianni. Il locomotore sbuffa un poco perché la strada sale… stiamo andando a Pontremoli sede di partenza dell’ Abbots Way. Ho delle aspettative per questa gara e non potrebbe essere altrimenti: non ci si può sempre accontentare di finirla come ho fatto dalla mia prima partecipazione. L’obiettivo cronometrico è stare sotto le 20 ore. L’anno scorso non mi è riuscito per 20 minuti, quest’anno ci voglio provare. Ho iniziato la preparazione in inverno e sono conscio di avere ottime possibilità.

Gianni lo nasconde ma so del suo ottimo stato di forma. Ha un bellissimo tempo sul giro da Pontremoli a Bobbio, abbondantemente sotto le venti ore. Sono un poco invidioso.

Il treno ferma.  andiamo verso il ritiro del pettorale e vediamo la nostra coinquilina Cristina. Si riforma così il trio risultato vincente al Bianco dello scorso anno: 3 piacentini arrivati su tre. Al briefing ci dicono dell’assenza del fango e mi rincuoro. Saluto le persone che conosco e mi accorgo di moltissime facce nuove: linfa vitale per uno sport in crescita esponenziale. Bene cosi.

Cena frugale poi tutti a nanna presto e dopo una notte ovviamente insonne eccoci alla partenza. La mia strategia è semplice ma di sicuro effetto: mangiare poco e spesso alfine di evitare l’annoso e ahimè drammatico problema legato al mio stomaco, il quale non sembra digerire molto bene le lunghe distanze. Ancora dolorosi infatti sono i ritiri alla dolomiti extreme e al cro degli anni passati. Spero di cancellarli in un solo colpo con una bella prestazione. Le premesse ci sono tutte.

Dopo pochi km dal via vengo raggiunto da Giulio e devo ammettere di trovarmi di fronte ad uno straordinario animale da endurance. Quest’anno affronterà il TOR per la seconda volta, in gennaio si è digerito la grande corsa bianca in versione integrale e Dio solo sa quanti altri trail.. in apparenza nulla può scalfirlo. Tenace come pochi. Parliamo amabilmente (posso finalmente ritornare al mio amato dialetto senza paura ) del nostro straordinario sport, si dimostra un interlocutore forbito e appassionato ma confessa di allenarsi un poco alla buona. Meno male penso io se no mi avrebbe subito staccato.. mi confessa di voler smettere presto con le lunghe distanze. Rimango allibito… se non ha una predisposizione naturale lui non saprei davvero chi possa averne.

Dopo una manciata di km veniamo raggiunti da Cristina. È veramente in grande forma. Così siamo un bel terzetto a volte mutabile in duetto… l’eclettico e talentuoso Giulio sparisce per poi materializzarsi più fresco che mai… un portento.

Arriviamo a Borgotato e sto una meraviglia. Già iniziamo a recuperare alcuni atleti e la mia tattica sembra funzionare. Ai ristori ci si ferma pochissimo. Ho una sensazione estremamente positiva.

Le ore corrono veloci e giungiamo al ristoro di Osacca notoriamente imbandito a mensa luculliana. Ha inizio il dramma. Non vedo niente di appetibile.. gli altri ingollano di tutto ma a me sembra non andare nulla. Do la colpa alle mini porzioni ravvicinate consumate fino ad ora e mi auto convinco di stare tranquillo anche perché fisicamente sto davvero bene. Ma nel mio inconscio appare minaccioso il demone della nausea e inappetenza.

In una piccola frazione alberga il cartello (già visto lo scorso anno ) “ dove inizia il vostro divertimento finisce la mia libertà “  allora , dico io, potevi pure andare ad abitare sul monte pirlone così almeno sentivi gli ululati dei lupi.. quelli veri. L’educazione è sempre un accessorio .

Ma è solo una distrazione perché il mio stomaco mostra già i muscoli e la riluttanza alle lunghe distanze. Non riesco più nemmeno ad ingoiare una zolletta di zucchero. Dopo nemmeno metà percorso sono già alla frutta.

Con non poca fatica arriviamo a Bardi, io steso e inappetente mentre Cristina con capogiri e stomaco sottosopra. In quanto a Giulio sembra nulla lo possa scalfire. Mangia con calma e ci aspetta Gli faccio capire (ma è lapalissiano..) di andare e non aspettarci ma lui decide per il contrario… insondabile. Per il resto il solito ospedale da campo: persone con la flebo attaccata ed altre già senza pettorale. Alla fine i ritiri saranno tantissimi rispetto allo standard della gara.

Ordino una minestra con il brodo, il vero toccasana. Nulla. non riesco a mangiarne nemmeno un cucchiaio. È la fine. Ho la testa tra le mani e mi viene da piangere per un mix di arrabbiatura e frustrazione. Mesi di preparazione, alimentazione variata ma il risultato non cambia. Vedo gente che da poco si è avvicinata alle ultra cambiarsi e mangiare normalmente mentre io sono alle prese con la mia solita crisi da principiante che in tutti questi anni non sono mai riuscito a superare. Mi fermo. Non posso proseguire cosi. Cristina è davanti a me e si fa portare un gelato da sua suocera. Decido di approfittare del suo buon cuore e ne chiedo uno per me. Solo ora mi rendo conto di non averlo pagato. Un vero signore.

Ma inaspettatamente riesco a mangiare il fresco ristoro. Controllo l’orologio e scopro con raccapriccio di essere fermo da quasi un’ora. Tutto è ormai sfumato.  Cristina sta proprio male e non ce la fa a ripartire. Sono solo perché Giulio potrebbe decidere di abbandonarmi in qualunque momento. Provo a farmi forza: prendo il cellulare e chiamo il mitico Gianni. Ho la flebile speranza di precederlo e quindi di ritrovarmelo tra poco a Bardi, ma svanisce come una bolla di sapone in quanto sta già attaccando il lama.

Ad un tratto la svolta. Entrano due amici, Matteo e Fabrizio. L’uno messo bene, Fabrizio au contraire ha i miei stessi sintomi ma mi sorprende subito per la sua tenacia. Infatti dice di essere tranquillo e di provare a mangiare. Sicuramente ripartirà. D’altronde aver finito l’UTMB sarà servito a qualcosa…

Sono indeciso sul dafarsi mentre meccanicamente vado verso lo zaino e prendo il necessario per la notte compresi guanti e passamontagna (che incautamente posiziono male e perderò durante il tragitto. Porc..). la mia testa ha deciso di provarci, quindi attendo Matteo e fabri e ci muoviamo verso il lama non prima di aver salutato Cristina. La sua avventura finisce a Bardi. Mi spiace per lei ma obiettivamente è veramente stremata.

Cosi si forma un quartetto con Giulio a fare da jolly ora davanti, attendendoci e cincischiando al cellulare, ora dietro.

Salita al lama abbastanza agevole per l’assenza quasi assoluta di fango, poi si scende verso Bruzzi, dove notoriamente oltre al sempre fornitissimo ristoro c’è un bar che può essere provvidenziale. Mentre scendo avverto fame e freddo quindi indosso la giacca come Matteo e fabri. Ovviamente Giulio è senza e non sente fatica ne tantomeno freddo. Stoico. A mio parere sarebbe potuto arrivare 3 ore prima ma lui non se ne è mai curato.

Arriviamo a Bruzzi e mi fiondo subito all’interno del bar. Mi siedo e mi dico chi me lo ha fatto fare di ripartire. Ho una fame pazzesca ma nausea. Bevo acqua e gazzosa .

Al mio tavolo siede un uomo enorme del peso stimato di 160 kg. Capisco chi è perché me ne ha parlato mio padre, originario di Groppallo: il proprietario del bar. Ha il mio stesso cognome anche se non siamo parenti. Scambiamo 2 chiacchiere e comprende il mio stato di grande prostrazione. Deve ingerire alcune medicine (ne ha un vassoio pieno..) e così ordina alla figlia una pizza. Quando arriva la osservo compiaciuto e mi ritorna l’appetito. Lui capisce e me ne offre 2 fette così la fame un poco cala e ripartiamo non prima che Matteo mi ricordi della frontale da accendere in quanto io sarei uscito senza. La lucidità è assai lontana.

Non so bene in quale frangente perdiamo Giulio. Non mi capacito dell’enorme pazienza che ha avuto nell’aspettarci fino ad ora. siamo un terzetto e basta.

Giungiamo a Farini. Il ristoro è ben fornito e per fortuna riesco ad ingollare un poco di minestra in brodo con formaggio abbondante. Matteo sembra in forma mentre fabri è più in crisi di me e riesce a mangiare a malapena. Magra consolazione..

La famigerata ed eterna salita della sella ci si presenta impietosa. Prima ci accoglie quasi distratta tra le sue dolci spire poi ci fa soffrire tra le pendenze più insidiose e impervie. Dopo 2 ore arriviamo al ristoro della protezione civile ma siamo all’esterno e con soli liquidi. In fretta ripartiamo, ad aspettarci il ristoro di coli. È un sogno… dopo anni di promesse mai mantenute vediamo 2 ragazzi nel centro del paese offrirci cibo e bevande. Finalmente!! Mangio anche per gli anni addietro nei quali ci hanno abbandonati al nostro destino. Ultima breve salita poi il budello finale. Durante la discesa della prima edizione da me affrontata, nel budello finale mi trovavo letteralmente senza gambe e sembrava non dovessi più vedere il ponte gobbo. Ricordo che ad ogni sasso, ad ogni scalino puntavo i bastoni e mi maledicevo. Questa volta scendo a cannone superando un bel pò di gente piantata. A Matteo dico che siamo arrivati talmente tardi da non trovare più nemmeno il gonfiabile all’arrivo… mi fulmina con lo sguardo e decido di non insistere.

Ponte gobbo e arrivo a braccia alzate. Appena oltrepasso la linea lancio a terra i bastoni con un gesto di stizza e chi vedo ad attendermi… il mitico Gianni con Sonia e Leo. Non ci posso credere. Mi hanno aspettato per ore… un gesto che mi lascia sgomento. Non vi ringrazierò mai abbastanza.  Il tempo di prendere la medaglia e siamo già in auto per il ritorno. È fatta.

Per me le gare lunghe finiscono qui. quando il divertimento va a farsi benedire ed è la sofferenza a farla da padrone sempre e comunque, è meglio smettere. Ogni tanto dobbiamo ascoltare il nostro corpo ed il mio ha innegabilmente dato il suo incontrovertibile verdetto.

Per quelli che si stanno avvicinando alle gare di endurance dico di non arrendersi alle prime difficoltà. Gli innegabili vantaggi soprattutto psicologici che si ottengono valgono bene un poco di fatica.

Posso dire senza retorica e falsa morale di essere una persona migliore da quando la strada si è allungata sotto i miei piedi. Nella distanza trovate la felicità.

Cesare

 

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